"Noi, le donne della filanda" è il titolo del libro di Sondra Coggio pubblicato dalle edizioni Irene Giacché con patrocinio della Provincia della Spezia, che sarà presentato sabato alle 17 nel salone del Palazzo del Governo.
Interverrà l'assessore alla cultura, Paola Sisti.
Sarà l'occasione anche per vedere un video, che raccoglie immagini inedite tratte dagli album di famiglia delle "filandine" e ricostruisce un secolo di storia, da quel 1906 in cui venne aperta la fabbrica.
Sono immagini messe a contrasto, provocatoriamente, con le donne che oggi i media contrabbandano come reali: corpi, svuotati di senso. E poi ci sono i ritagli dei quotidiani e del giornale di fabbrica, "La spola", che raccontano di come il lavoro venne sfruttato fino all'osso, e poi tradito e svenduto.
Ci sono città, in cui l'archeologia industriale è diventata un luogo della memoria: convive con il "progresso", ma non viene cancellata. C'è un angolo di Fossamastra, trascurato e triste: è quel che resta della fabbrica delle donne, lo Jutificio, che ne occupò fino a 1500 alla volta.
Il portale cade a pezzi. Nulla resta, a testimoniare il sacrificio delle ragazze che scendevano a piedi nudi dai paesi, con gli zoccoli e cantavano, per cacciare via freddo e paura. Nulla ricorda quelle ore di lavoro, nel fracasso infernale dei telai, con la polvere della juta nei polmoni. Nulla spiega a chi passa oggi, distratto, che fra quelle giovani donne, qualcuna non tornò dal campo di concentramento: dove era stata rinchiusa, rea di aver messo un rametto di mimosa sulle macchine, il giorno dell'8 marzo.
Il quartiere di Fossamastra era una palude, fino al 1926 faceva parte dei Comuni di Vezzano Ligure e di Arcola: le prime case di via Lerici e via Brugnato, sono nate come case operaie delle donne dello Jutificio.
Poi, con i cantieri ed il porto, si è consumata la cancellazione dei famosi stabilimenti balneari, che costituivano l'unica attrattiva e la vera libertà del quartiere operaio. Oggi la realtà è quella che si vede: ma i quartieri del Levante, che hanno pagato caro il diritto al lavoro, meritano un risarcimento: anche in termini di riconoscimento della loro storia.
Il libro ha una parte romanzata, un'ampia sezione di interviste, ed una raccolta di documenti. E' un viaggio di "genere", visto con gli occhi delle donne: ma non solo. E' un omaggio agli eroi del tempo, a chi seppe alzare la testa e rivendicare il diritto a sopravvivere, a chi non si piegò alla dittatura. Come il parroco di Fossamastra, don Mario Scarpato: torturato ma indomito. Un operaio prete, come diceva di sé.